QUEI CALCOLI SBAGLIATI ALLE ORIGINI DEI CONFLITTI

I calcoli sbagliati nei conflitti?
I calcoli sbagliati nei conflitti?

Cominciare una guerra? E’ una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.

Paul Krugman, economista degli Stati Uniti, nel suo articolo dell’agosto del 2014 ha affrontato l’argomento proponendo quello che tutti sappiamo (ma non viene mai detto): “La guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore“.

Gli esempi e le prove di questa affermazione? Sono tutti elencati nel suo articolo qui sotto riportato.

La tesi ultima di Krugman è che “i leader [e gli economisti loro consiglieri] non sanno far di conto“. MA ALLORA, SE I CONTI NON TORNANO NEPPURE PER IL VINCITORE, PERCHE’ LE GUERRE CONTINUANO? Perché da una guerra ben preparata nell’opinione pubblica i governi ricavano spesso e volentieri un guadagno in termini di consenso politico che li ripaga da qualunque perdita economica. Questo ci spiega Krugman.

In pratica? Le perdite economiche della guerra, in ogni caso, non saranno pagate dai politici e neppure dai governanti. A pagare quelle perdite saranno comunque chiamati i cittadini. Questo è il cuore del nostro ragionamento. E’ lì, secondo noi, che sta il cuore del ragionamento per dare possibile soluzione all’origine delle guerre: avere cittadini che sappiano fare conto delle proprie risorse e di quanto quel conflitto possa propriamente “costare a loro” in termini economici. Diversamente: finché i cittadini non sapranno “far di conto”, ovvero finché ci saranno cittadini che non sanno leggere esattamente il proprio bilancio e quanto la politica si serve dei loro soldi per fare le scelte proprie, sarà gioco facile per i leader politici dar fuoco alla bestia che è dentro il popolo ogni volta che essi vogliono.

Letto il problema sotto questa luce? PER UNA  POLITICA DELLA PACE la soluzione che ci si presenta diventa anche meno complessa di quel che crediamo: è sufficiente avere, tanto da una parte che dall’altra del conflitto, cittadini che sanno fare conto delle proprie risorse e di quanto quel conflitto possa loro costare in termini economici. Basterebbe fare un esempio: quanti di noi sarebbero disposti a perdere un poco del proprio benessere per destinare dei soldi all’acquisto di un nuovo carro-armato? E’ evidente che la risposta cambia, e di molto, in base alla valutazione personale che ciascuno fa sul rischio che ciascuno corre per la propria sicurezza.

La lettura dell’articolo fornisce poi altri spunti per una riflessione sugli “spazi di studio per una politica economica della pace“, spazi di studio che ovviamente prendono sempre origine da quanto possa essere utile avere cittadini che tengono conto delle proprie spese. Per fare un esempio? Pensate ai leader che non sanno “fare i veri conti” sui costi economici della guerra. Conviene opporre cittadini che quei conti e quei costi li sanno misurare, non vi pare?

Se i cittadini sapessero farsi i conti...
Se i cittadini sapessero farsi i conti…

È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quella che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.

Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi. [E vi sono molte fonti che ci forniscono eguali indizi anche per le guerre cosiddette di religione]

Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai lo sappiamo da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, ‹La grande illusione› , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina. [Il conflitto iracheno è lì a dimostrare quanto i conti dei petrolieri fossero sbagliati, o forse no. La gallina dalle uova d’oro forse oggi cova ancora, ma non per gli Stati che hanno iniziato la guerra, né per i cittadini che si volevano liberare].

Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno. Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?

Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi [come ai nostri], sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?

Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.

Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.

Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.)

Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dalla impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina. Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro. Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.

E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).

Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.”

Fonti : © 2-014 New York Times News Service – articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica giovedì 28 agosto 2014 – pag.31

mafalda-presidente-y-el-estadoCommenti: Mario Tognocchi  “proposte per una politica economica per la pace”                  Tempo di lettura:  5 minuti circa (250parole/minuto)

[l’Attuazione della Costituzione è semplice: Art. 2 – doveri di solidarietà politica economica e sociale; Art. 3 – rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale; Art. 11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente… ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo; Art. 32La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo (della Persona) e interesse della collettività … ]