LEX MERCATORIA: ovvero? IL DIRITTO SENZA STATO.

LEX MERCATORIA: ovvero “IL DIRITTO che non ha bisogno dello STATO”. Oltre gli Stati nazionali…

La più evidente confutazione della tesi secondo cui il diritto necessita di uno Stato, o comunque di una Autorità centralizzata, è rappresentata dallo sviluppo in età medievale della lex mercatoria. 

Lex Mercatoria?

Il diritto che i mercanti crearono, diffusero e applicarono superando i confini politici, fuori dall’influenza statale. E’ qualcosa di simile a quello che puoi vedere, stai vedendo e soprattutto tocchi con mano, quando usi la Fidelity Card gratuita “effetto Scaricare Tutto Tutti”: che registra le spese in 50 Paesi del Mondo.

Registra le tue spese in 50 Paesi del Mondo? E fa tornare soldi nel tuo conto, in qualunque Stato tu ti possa trovare? Troverai molte affinità con la Lex Mercatoria. Come funziona la Lex Mercatoria? Aspetta ancora un momento, adesso ti viene spiegata…  Come avevamo detto: supera le barriere dei confini degli Stati.

Supera i confini degli Stati nel Medio Evo la Lex Mercatoria, epoca in cui gli Stati pensavano a farsi le guerre, mentre i mercanti, i cittadini, i commercianti, le persone normali insomma, dovevano trovare una via comune per  fare i loro affari e vivere comunque.

Trovarono quella via nei Comuni, nelle Città, e nella collaborazione reciproca delle pratiche commerciali.

La civiltà trovo’ la culla e la protezione nel Diritto dei Comuni, nelle Città e nelle pratiche commerciali? Un insegnamento che vale ancora oggi. Oggi che internet si presterebbe ancora meglio a superare quei confini. Si puo’ prestare ad arrivare – e far arrivare! – le utilità ed i diritti dove non arrivano gli Stati.

Oltre gli Stati? Vediamo come.

Questa è la Storia “della Lex Mercatoria ovvero il Diritto senza Stato[di Guglielmo Piombini*]:

Dopo la caduta dell’Impero romano il commercio si era ridotto drasticamente, fin quasi a scomparire. Mentre quel grande commercio scompariva, lentamente si erano formati mercati locali, tra di loro separati da barriere geografiche, linguistiche, culturali, normative, che rendevano difficile la loro integrazione.

Per rimediare a queste difficoltà comparvero un gran numero di intermediari, il cui compito era quello di ridurre i costi di transazione migliorando i trasporti, approfondendo la conoscenza di lingue e usanze straniere e sviluppando norme commerciali tendenzialmente uniformi [un po’ quello che fa oggi MyWorld*, la piattaforma che supporta tutti gli utilizzatori della sua Fidelity Card in 50 Stati del Mondo].

In questo modo alla fine dell’undicesimo secolo si era già sviluppata una lex mercatoria che governava virtualmente ogni aspetto del commercio nell’intera Europa. E spesso anche fuori dai confini dell’Europa. Col tempo, mediante continue correzioni spontanee provenienti dal basso, il diritto commerciale divenne sempre più uniforme, preciso, obiettivo e imparziale.

I mercanti, spostandosi da un posto a l’altro, trasportavano con loro anche le pratiche commerciali del loro luogo d’origine; quando queste si scoprivano uguali a quelle del luogo di destinazione, entravano a far parte della legge mercantile internazionale; in caso di contrasto erano invece le consuetudini più efficienti nel facilitare gli scambi che finivano col prevalere, attraverso una sorta di selezione naturale.[1]

Il carattere obiettivo e imparziale del diritto mercantile discendeva dal principio di reciprocità su cui si basano tutti gli scambi.

Poiché i mercanti cambiavano spesso di ruolo, da venditori a compratori a mediatori (n.d.r. Come in MyWorld dove le persone come compratori possono essere le principali beneficiarie dei vantaggi della Card, ma anche essere titolari della loro azienda o Promotori/Marketer attivi a far conoscere la funzione di My World), solo un diritto imparziale poteva dare loro la sicurezza di partecipare in ogni caso ai mutui benefici generati dagli scambi.

Il “diritto dei mercanti” così, proprio per questa ragione, poiché non era progettato da alcun individuo di potere o gruppo particolare, finiva con l’essere quanto di più lontano possibile potesse esistere da un ‘diritto corporativo’ o da un ‘diritto di classe’: non poteva mirare a favorire gli interessi di un ceto sociale ai danni degli altri.

Fu proprio con la lex mercatoria medievale che trovarono luogo, in tempi in cui le Autorità si contendevano i territori con le armi, le Leggi civili in favore della civitas, tanto esigenti e severe con i mercanti: per favorire l’interesse generale.

Per favorire l’interesse obiettivo e generale del commercio, la Lex Mercatoria doveva garantire, nei fatti, sopra ogni cosa, l’affidabilità e la fiducia negli affari.

Per tale motivo il ius mercatorum esercitava il più spietato rigore nei confronti del mercante quando cadeva in stato d’insolvenza. La grave repressione penale della bancarotta e le infamanti conseguenze personali del fallimento – spiega Francesco Galgano – testimoniano fino a quale prezzo la classe mercantile volesse acquistare credito e godere della fiducia dei mercati.[2]

Il diritto commerciale non veniva amministrato nei tribunali reali (in Inghilterra ad esempio le corti reali di giustizia iniziarono a farsi carico dell’applicazione dei contratti commerciali solo nel diciottesimo secolo[3]), ma in tribunali privati, tribunali composti dai mercanti stessi.

Pur non facendo uso della coercizione governativa, le decisioni dei tribunali mercantili venivano generalmente rispettate anche dai non mercanti e dai perdenti. Infatti, il non mercante o lo straniero che si fosse rifiutato di sottoporsi alla giurisdizione mercantile perdeva, per il futuro, il diritto di invocare a proprio favore il ius mercatorum, e in alcune città poteva subire l’interdizione da qualsiasi commercio con i membri della corporazione dei mercanti.[4]

I mercanti che rifiutavano di sottoporsi a giudizio o a conformarsi alla sentenza non finivano in galera, ma subivano una sanzione spesso ben più temuta: il boicottaggio e l’ostracismo dei colleghi. Nessun mercante avrebbe infatti più commerciato con l’inaffidabile trasgressore.

La perdita della propria reputazione, in mercati che si basavano in gran parte sulla fiducia e non sul ricorso alla forza, equivaleva di fatto alla cessazione dell’attività professionale.[5]

A dispetto dell’idea moderna secondo cui la giustizia rappresenterebbe “un bene pubblico che solo lo Stato può fornire”, gli arbitrati volontari dei tribunali mercantili presentavano vantaggi enormi per il commercio.

Difficilmente il sistema internazionale degli scambi si sarebbe sviluppato, dovendo contare solo sulla giustizia lenta e macchinosa delle corti reali.

In primo luogo, perché queste ultime applicavano un diritto diverso da quello commerciale, e non erano in grado di seguirne i rapidi mutamenti. Ad esempio? Le Corti reali non ritenevano vincolanti i contratti conclusi all’estero o quelli che prevedevano interessi ‘usurari’, né attribuivano valore di prova ai libri contabili. Solo i mercanti conoscevano questi complessi aspetti tecnici del commercio.

In secondo luogo, per i mercanti la rapidità del giudizio era fondamentale, e perciò le formalità procedurali e probatorie erano ridotte all’essenziale. Ad esempio:
– gli appelli contro la sentenza non erano ammessi per non allungare i tempi;
– le lunghe testimonianze sotto giuramento erano spesso evitate;
– la forma notarile degli atti non era richiesta;
– per il passaggio della proprietà bastava il consenso e non era necessaria la consegna materiale del bene;
– i debiti potevano passare da una persona ad un’altra mediante una semplice dichiarazione scritta liberamente trasferibile.[6]

Per pensare ad un confronto tra il giudizio mercatorio ad i giudizi delle Corti è memorabile sotto questo aspetto ricordare il racconto de “Il Mercante di Venezia”, un’opera teatrale in cinque atti scritta da William Shakespeare intorno al 1598 e ambientata a Venezia nel XVI secolo.

Per mezzo di questi innovativi strumenti obbligatori e creditizi i mercanti medievali superarono le difficoltà derivanti dall’esigenza di spostare comodamente, e “senza correre rischi“, grosse somme di denaro.

In età medievale esistevano infatti molte monete auree e non poteva dirsi esattamente comodo spostare quei capitali. I Comuni nella loro autonomia, le Signorie, i mercanti, dovettero fare in meglio con l’oro unità di misura, di cambio e di valore, meglio di quel che oggi si tenta di fare malamente con l’€uro. In che modo? Ed in che modo la banco-nota con l’Oro assunse questa funzione?

Nel 1252 fu Genova che cominciò a battere una moneta d’oro a 24 carati, chiamata Genovino. Solo qualche mese dopo i fiorentini emisero il proprio fiorino d’oro. Perugia e Milano le seguirono poco dopo. Lucca si adeguò nel 1273. Nel 1284 comparve il ducato veneziano. Quel ducato veneziano che servì poi come standard di valore in tutta l’Europa e conservò il suo contenuto d’oro fino alla caduta della Repubblica di Venezia, nelle mani di Napoleone, nel 1797: cinquecento anni dopo! Mentre nelle americhe i mercanti erano già occupati ad aprire altre vie…

Questo ritorno dell’Oro in grande stile fu il simbolo più spettacolare delle acquisizioni economiche accumulate dal mondo cattolico nei due o tre secoli precedenti. Un simbolo tangibile dell’incipiente superiorità dell’Occidente sull’Oriente bizantino e islamico.

Furono quindi le esigenze dettate dal Commercio, e dalla necessità commerciale di dare valore alla reciprocità!, e non le ragioni politiche, a spiegare il fatto che i primi passi verso la coniazione di monete d’oro nel Medioevo ebbero luogo in centri economici e finanziari come Genova e Firenze, e non nelle capitali degli Stati nazionali come Londra, Parigi, o Roma.[7]

Questo sviluppo rappresenta una conferma storica delle teorie degli economisti austriaci, secondo cui il mercato tende a produrre spontaneamente una moneta-merce che funge da standard o unità di misura universale degli scambi anche senza la necessità della autorità degli Stati [similarmente alla Fidelity Card che funziona già in 50 paesi del Mondo senza che vi sia un accordo tra gli Stati: semplicemente essa registra le spese e fa tornare i soldi rispettando gli usi locali, le loro monete e le Leggi condivise].

In pratica nel Medioevo era come se vi fosse una sola moneta, dato che erano tutte fatte dello stesso materiale: l’Oro. Proprio per questo i rapporti di cambio tra le diverse monete erano fissi. Questo favorì la nascita della banconota.

La “Banco Nota”? Ecco il primo atto di nascita della banconota!

L’ingegnosa lettera di cambio ideata dai mercanti italiani, cui alcuni fanno risalire l’idea al mercante Francesco di Marco Datini, mercante e banchiere di Prato[8], permetteva di depositare presso un banchiere una certa quantità di oro ricevendo in cambio un titolo di credito, che conteneva un ordine di pagamento. In questo modo la carta iniziò a sostituire nella circolazione monetaria l’oro. Oro che però continuava a essere la vera moneta, di cui le banconote erano solo una “rappresentazione”.

In età moderna la cartamoneta cessò progressivamente di rappresentare una reale ricchezza sottostante, fino a sganciarsi completamente nel XX secolo, tanto che qualcuno comincio’ a parlare di una generale “tragedia della rappresentanza” che ha caratterizzato dopo il Medioevo tanto i sistemi monetari che quelli politici. [9]

Agli inizi del tredicesimo secolo il diritto mercantile occidentale aveva quindi acquisito il carattere di un sistema completo di principi, concetti, regole e procedure. Principi, concetti, regole e procedure la maggior parte dei quali fa parte degli elementi strutturali del diritto commerciale in vigore ancora oggi.[10]

Nessun legislatore avrebbe potuto creare un corpo di norme così flessibile, capace di sopravvivere per tanti secoli.

Ancora una volta la Storia dimostra che tutte le istituzioni giuridiche ed economiche che molti fanno risalire al, secondo loro, “benefico capitalismo”, che invece nasce molti secoli dopo come altri sistemi economici di cui si vagheggia da varie parti, non traggono la loro base da quello, come non sono una creazione del potere statale, né sono sostenute dallo Stato.

Quelle benefiche istituzioni giuridiche ed economiche, dalle quali si ricevono ancora oggi i benefici, sono nate e si sono sviluppate molto prima: fuori dallo Stato, superando anzi tutti gli ostacoli frapposti dal potere politico.

CONCLUSIONE:
Quale è l’insegnamento che si ricava da questa storia del “diritto mercatorio” e del “valore della reciprocità“?

E’ un insegnamento da cui potremmo trarre molte idee e fonti di ispirazione. Insegnamento di cui Francesco Datini –il Mercante che nel trecento aveva cura di registrare ogni ricavo ed ogni spesa, ed ogni corrispondenza-, ci ha lasciato una testimonianza ineguagliabile. E da cui potremmo trovare ancora oggi molte altre idee e fonti di ispirazione. Un esempio?

Un esempio puo’ essere la Fidelity Card gratuita che ti ho consegnato: “Registra ogni spesa” in 50 Stati del Mondo e fa tornare i soldi sul tuo conto, nel conto di chi la usa. Pensaci un attimo: secondo te Francesco di Marco Datini – il banchiere nato povero e che mori’ ricchissimo -, lui che registrava ogni cosa, se fosse nato oggi, non pensi che avrebbe cercato di averla e di farla usare a tutti i suoi collaboratori, in tutte le filiali delle sue attività nel Mondo?

* Guglielmo Piombini: Autore e curatore del libro “Prima dello Stato – Il Medioevo delle libertà” – https://www.wikiberal.org/wiki/Guglielmo_Piombini


[1] Bruce L. Benson, The Enterprise of Law. Justice without the State, San Francisco, Pacific Institute Center for Policy Research, 1990, p. 31.
[2] Francesco Galgano, Lex mercatoria, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 52.
[3] Nathan Rosemberg-Luther E. Birzdell, Come l’Occidente è diventato ricco, p. 76.
[4] Francesco Galgano, Lex mercatoria, p. 37.
[5] William Wooldridge, Uncle Sam, the Monopoly Man, New Rochelle,Arlington House, 1970, p. 95.
[6] Bruce L. Benson, The Enterprise of Law, p. 32.
[7] Peter L. Bernstein, Oro. Storia di un’ossessione, Milano, Longanesi, 2002,  p. 115.

[8] Francesco di Marco Datini è stato un mercante e banchiere italiano, nato a Prato intorno al 1335 e morto a Prato nel 1410 all’età di 75 anni.
La sua importanza è legata al ricchissimo archivio di lettere e registri da lui lasciato in una segreta nascosta del suo Palazzo di Prato (contabilità a nero?). Archivio ritrovato soltanto nel XIX secolo. Datini nacque a Prato intorno al 1335 da una famiglia modesta. I genitori morirono nella peste del 1348 e Francesco, appena tredicenne, dopo aver appreso i primi rudimenti presso alcune botteghe fiorentine, si trasferì ad Avignone dove operò fino al 1382. Tornato nella sua città con la moglie Margherita Bandini, fondò una specie di società di capitali ad Avignone, Firenze, Pisa, Genova, Barcellona, Valenza e Palma di Maiorca. Francesco Datini visse quindi tra Prato, dove costruì il suo bel palazzo, e Firenze, dove aveva la società che dirigeva il gruppo. Sempre più ricco e rispettato, si dedicò al commercio di ogni genere di mercanzia, dal grano alla lana, dal pellame, ai panni, agli oggetti preziosi. A Prato fondò un lanificio e una tintoria, a Firenze una compagnia bancaria. Stabilì rapporti di stima e amicizia con illustri personalità; tra i molti ospiti della sua casa Francesco Gonzaga, il cardinale Pietro d’Ailly, Leonardo Dandolo ambasciatore veneziano, e il re Luigi II d’Angiò. Morì il 16 agosto 1410 disponendo l’istituzione del “Ceppo dei poveri di Francesco di Marco“ (l’odierna Casa Pia dei Ceppi), a cui il mercante lasciò tutti i suoi beni. I suoi beni furono valutati a quel tempo oltre 100.000 fiorini d’oro: in peso 353,70 kg di oro. Al cambio di oggi avrebbero il potere di acquisto di 11 milioni di euro.[11], che diventano oltre 14 milioni di €uro rapportati al valore odierno dell’Oro (40,8 €/gr.). 

Il prezioso fondo documentario “dei ricavi e delle spese, e di tutte le corrispondenze del Mercante” è visitabile, è conservato a Prato ed è costituito da 1193 pezzi, datati dal 1361 al 1411, con un imponente carteggio di circa 150.000 lettere. Si tratta di una testimonianza unica a livello mondiale dell’attività mercantile, industriale, bancaria di un mercante della seconda metà del Trecento.

Sulla figura di Francesco Datini, italiaculturale.it segnala: Nigro Giampiero – “Francesco di Marco Datini. L’uomo il mercante“, Firenze – University press, 2010, 752 p.; “L’ Archivio di Francesco di Marco Datini. Fondaco di Avignone. Vol. 1“, a cura di Cecchi Aste E., Roma, MiBAC, 2004, 288 p.;

Origo Iris – “Il mercante di Prato. La vita di Francesco Datini. Alle origini del capitalismo italiano”, Corbaccio, 2005, 347 p.

[9] Scrive infatti acutamente Carlo Lottieri: «Per certi aspetti, l’abbandono dell’oro come valuta fa il paio con la crisi dei sistemi rappresentativi medioevali, tanto che si potrebbe parlare di una più generale “tragedia della rappresentanza”. Nell’ambito monetario è infatti avvenuto qualcosa di simile a quanto accaduto in ambito politico, dove rappresentanti che in passato erano solo portaparola e mandatari di chi li aveva delegati, nel corso dei secoli sono riusciti ad appropriarsi in toto della volontà di chi avrebbero invece dovuto semplicemente difendere, rivendicando addirittura, e con successo, un mandato slegato da ogni vincolo o impegno contrattuali» (Carlo Lottieri, “L’oro e la storia d’Occidente”, Il Domenicale, sabato 19 aprile 2003, p. 2).

Per una rigorosa difesa della rappresentanza medievale e un’altrettanto esplicita condanna della rappresentanza moderna che consegna il potere a rappresentanti dei Partiti, si veda il capolavoro del grande liberale Bruno Leoni, La libertà e la legge, Macerata, Liberilibri, 1995, pp. 126 ss.

[10] Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione, pp. 355-357.

Altre fonti:

https://www.miglioverde.eu/lex-mercatoria-ovvero-il-diritto-senza-stato/

https://en.wikipedia.org/wiki/Lex_mercatoria

http://datini.archiviodistato.prato.it/libri-contabili/

[11] Il fiorino è una moneta d’oro di circa 3,537 grammi a 24 carati coniata per la prima volta nel 1252 a Firenze. Deve il nome al giglio in latino, simbolo di Firenze; giglio rappresentato sul lato dritto della moneta mentre sull’altro lato vi era il Santo patrono della città, ossia San Giovanni Battista. Tale moneta fatta quasi interamente in oro, ebbe un potere d’acquisto straordinario, tanto da divenire la moneta di scambio più usata in tutto il continente europeo. Questa moneta fiorentina oggi avrebbe un valore di circa 110 euro o 150 dollari. https://www.monetedivalore.it/fiorino-d-oro/

 

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